Lezioni per Atene
L’Italia, agli occhi della Banca centrale europea, è allo stesso tempo osservato (poco) speciale e possibile esempio da seguire per gli altri paesi più esposti alla crisi. Il nostro stato è sotto osservazione, come tutti gli altri d’altronde, per il programma di rientro del deficit e del debito pubblico che l’esecutivo ha già presentato all’Unione europea. “Il programma (del governo, ndr) indica che, al fine di conseguire l’obiettivo di un pareggio di bilancio entro il 2014 – si legge nel bollettino mensile della Bce – vanno ancora specificati per il periodo 2013-2014 ulteriori interventi per un importo cumulato pari circa al 2,3 per cento del pil”.
21 AGO 20

L’Italia, agli occhi della Banca centrale europea, è allo stesso tempo osservato (poco) speciale e possibile esempio da seguire per gli altri paesi più esposti alla crisi. Il nostro stato è sotto osservazione, come tutti gli altri d’altronde, per il programma di rientro del deficit e del debito pubblico che l’esecutivo ha già presentato all’Unione europea. “Il programma (del governo, ndr) indica che, al fine di conseguire l’obiettivo di un pareggio di bilancio entro il 2014 – si legge nel bollettino mensile della Bce – vanno ancora specificati per il periodo 2013-2014 ulteriori interventi per un importo cumulato pari circa al 2,3 per cento del pil”.
Ma al centro dell’attenzione della Bce resta la situazione greca. E le sue ricadute su tutto il continente: ieri il premio di rendimento che i Btp italiani pagano rispetto ai bund decennali tedeschi è volato a oltre 200 punti base, segnalando il rischio massimo dallo scorso 11 gennaio. Non a caso ieri Lorenzo Bini Smaghi, membro del board dell’Istituto – prima di essere convocato a Palazzo Chigi dal premier Silvio Berlusconi che gli ha chiesto di dimettersi per evitare frizioni con la Francia sulla nomina di un altro italiano, Mario Draghi, ai vertici della Bce – è tornato sul confronto a distanza con la Germania sul salvataggio di Atene, denunciando pressioni che violerebbero “le norme di indipendenza che difendono la Bce”: “Chiedere che la Bce estenda le scadenze dei titoli di stato in suo possesso o accetti titoli di uno stato considerato in default come collaterale per le operazioni di rifinanziamento del sistema bancario – ha detto Bini Smaghi – è una violazione del divieto della Banca centrale di finanziare monetariamente i tesori. Anche in questi giorni siamo sotto la pressione di politici per risolvere i loro problemi”. Berlino, però, proprio in queste ore starebbe ammorbidendo la sua posizione a proposito di un “sostanziale” contributo da parte dei detentori privati di bond greci. Il governo ha ottenuto infatti la garanzia che il Fondo monetario fornirà la tranche da 12 miliardi di euro di aiuti alla Grecia, prevista per inizio luglio.
La Bce continua a opporsi a soluzioni giudicate troppo drastiche, che rischierebbero di aggravare il contagio della crisi nel Vecchio continente. Piuttosto, sostiene l’Istituto di Francoforte, meglio seguire “la passata esperienza dei paesi dell’Ue nel mantenere elevati avanzi primari di bilancio”, ottenendo così risorse per raddrizzare i conti pubblici. Tra i paesi virtuosi in questione c’è appunto l’Italia che, tra il 1995 e il 2000, ha avuto un avanzo primario (ovvero saldi di bilancio al netto della spesa per interessi) in media pari al 5,5 per cento del pil, riducendo così il rapporto debito/pil di quasi 13 punti percentuali nello stesso periodo. Secondo il bollettino della Bce, solo altri 5 stati del continente sono stati in grado di fare altrettanto dal 1988 a oggi: Belgio (1993-2004), Irlanda (1988-2000), Finlandia (1998-2003), Grecia (1994-1999) e Svezia (1996-2001). E a quanti obiettassero che oggi c’è la crisi a impedire un comportamento tanto virtuoso, Francoforte sembra replicare: “Il lungo arco temporale durante il quale sono stati conseguiti notevoli avanzi primari (…) indica che questo risultato non è una conseguenza di particolari condizioni congiunturali favorevoli”.
Ma le speranze di un risanamento senza default, nel bollettino della Bce, non sono relegate al passato. Anche oggi Estonia, Lettonia e Lituania, sostengono a Francoforte, “trainate dalla dinamica robusta delle esportazioni, stanno uscendo da una fase di profonda recessione”, e “l’esperienza maturata potrebbe fornire insegnamenti utili per la correzione macroeconomica in altri paesi che non possono utilizzare la flessibilità del tasso di cambio nominale come meccanismo correttivo”. Che è come dire che Atene, prima di tornare alla moneta nazionale – extrema ratio paventata in questi giorni anche da Nouriel Roubini –, potrebbe perseguire un’altra strada. Fatta di aiuti della comunità internazionale (come nel caso della Lettonia), ma anche di “risanamento dei conti pubblici” e riforme strutturali: “Abbassamento dei costi salariali e dei prezzi”, “miglioramento della produttività”, aumento della “flessibilità” nel mercato del lavoro e di beni e servizi, “procedure più snelle per l’avvio di nuove attività e la gestione degli adempimenti fiscali”. Non è detto che la Germania sia disposta ad attendere a lungo, ma al vertice dei ministri delle Finanze europeo di domenica e lunedì queste saranno le condizioni sulle quali insisterà la Bce. E intanto ieri il Commissario europeo Olli Rehn ha fatto un appello per “superare le divergenze”, confidando che una decisione definitiva su un nuovo pacchetto di aiuti ad Atene arriverà l’11 luglio.